Consigli non richiesti: Apprendisti stregoni

È vero: non si può lasciare solo soletto un blog per così tanto tempo. Soprattutto se, nel frattempo, c’è gente che si laurea con una tesi su Domenica 5. Insomma, la Rete sta diventando un posto pericoloso…

Andiamo dritti al punto. Lavoro, giovani e creatività.
Vi segnalo il Programma AMVA Botteghe di Mestiere, iniziativa promossa dal Ministero del Lavoro e attuata dall’agenzia ItaliaLavoro: si tratta di un percorso di formazione on-the-job legato al recupero e alla valorizzazione (anche in ottica internazionale o 2.0) dei mestieri tradizionali. I destinatari sono 30 disoccupati dai 18 ai 29 anni che saranno impegnati con contratto di apprendistato in tirocini retribuiti (500 € mensili, max 6 mesi).
Gli àmbiti? Prendete il termine arte e aggiungeteci bianca, orafa o tessile. Ma, per favore, non mettetela da parte.

L’elenco delle botteghe convenzionate, divise per regione e settore, è disponibile qui. C’è tempo fino al 10 luglio.

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p.s. Se avete bisogno di un’ispirazione, la storia del 33enne Roberto Polvani può funzionare. Trasformare la pietra in oro, anche grazie al Web.

p.p.s. Ne volete ancora? Guardate l’immagine in alto: la Sagrada Familia di cioccolato al Museu de la Xocolata di Barcellona. Imparate e create. E lavatevi bene i denti.

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“Crushcrushcrush”: È tutto un magnamagna

Il contributo di Elisabetta Canalis al mondo della cucina è già un caso.
Dalle pagine patinate (!!!) delle riviste di gossip ai social network, l’ex velina ci svela i segreti del pollo alla piastra, all’insegna della sobrietà e della fantasia.
In preparazione, un videotutorial su come spremere il limone.

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Beh, la ricetta della Canalis mi ha spinto a parlare di fornelli creativi.
Un po’ terapia antistress, un po’ laboratorio, la cucina diventa il pretesto per sperimentare nuove forme di socialità (sembra una traccia della maturità, comincio già a sudare…).

Il primo crush a tema culinario è Let’s Lunch. Si tratta di un servizio gratuito che offre ai suoi iscritti la possibilità di conoscere potenziali datori di lavoro o partner commerciali a pranzo, in un’atmosfera conviviale. Quarantacinque minuti di scambi e proposte, un feedback finale e la reputazione che aumenta (e, con essa, la possibilità di matchare – ho detto proprio matchare? devo riequilibrare… aposiopesi! – profili sempre più compatibili o “alti”). Insomma, un modo gustoso di fare networking.

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Dai lunchers agli gnammers. Con Gnammo, imbucarsi diventa un’arte social. Funziona così: ti registri (gratis) alla piattaforma e puoi cercare la cena o l’evento mangereccio più vicino o più sfizioso, a casa del fan di Masterchef o nel nuovo localino fusion del quartiere. Se, invece, sei un cuoco (anche per diletto), puoi costruire il tuo menu, scegliere gli gnammers in base alla loro reputazione, condividere la tavola e guadagnarci. Aggiungi un posto a tavola che ci scappa pure l’autopromozione…

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E ora spazio ai crush culinari e modaioli. Il primo è Orange Fiber, una maglietta fatta con gli scarti delle arance: la siciliana Adriana Santonocito trasforma il prodotto-bandiera della sua terra in filato, sintetizzando la cellulosa in modo sostenibile. Ah, sul prodotto ci sono pure microcapsule che rilasciano vitamine, per nutrire pelle e spirito.

Il secondo è la Banana Slip-on, una slipper eccentrica dell’ancor più eccentrico designer Kobi Levi. Date un’occhiata alle sue “sculture da indossare”, tutte giocate sull’ironia e sulla cura artigianale. Gomme da masticare, tazzine da caffè, fenicotteri che risvegliano la Paola Ferrari Lady GaGa che è in voi.

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“Consigli non richiesti”: Il guardaroba grillino perfetto

Vabbè, chiudete un occhio sul titolo (Google, indicizzami please! Ti prometto che studierò tutto il pdf sul SEO…). Ogni pretesto è buono per parlare di creatività ecosostenibile.

Sei un’attivista M5S e i photoshoot ufficiali del Parlamento ti preoccupano? Ecco qualche consiglio per gli acquisti. Budget : € 5.000, che con i rimborsi e le indennità arriverebbe a 11.000.

Cominciamo dalla parte superiore. Una bella T-shirt firmata e benefica: la canadese Yellow Bird ha chiesto ad alcune band conosciute solo dai parenti indie di disegnare T-shirt di carattere e di indicare un’organizzazione benefica cui devolvere il ricavato. Una delle più carine è quella dei TV on the Radio, un tributo all’inossidabile David Bowie.

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Per il jeans, punterei tutto sul denim ecologico a filiera corta. Dal Veneto viene EcoGeco: cinque tasche, 100% cotone organico, tinta indaco vegetale, lavaggio con acqua e sassi. E operai regolarmente assunti, molto eco-chic.

Per la giacca, invece, prova con una proposta Nau in poliestere riciclato e resistente ad acqua e vento, con una silhouette definita e urbana. Ah, la puoi appallottolare facilmente, come i manifesti elettorali.

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Imprevisto: Giannino finalmente si laurea in Economia e vi invita alla sua festa. Niente paura: c’è H&M. Il colosso della moda a basso costo/grande resa lancia la sua “Conscious Collection”: cotone e canapa organici, rispetto degli standard eco per il risparmio idrico, poliestere riciclato. Eleganza, chiarezza e trasparenza (ma non stiamo parlando di politica, vero?)

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Se abbinate il tutto ad originali ballerine Cartina (in carta con anima di polipropilene), la rielezione è assicurata: italianissime, resistenti alle intemperie, creative e versatili. Come, si spera, le nostre istituzioni.

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“Crushcrushcrush”: La “storia impossibile” di Nardinocchi

Arieccomi. Giusto il tempo di girare il cartello “Torno subito” e attacco con il post.

Cominciamo con la premessa: sono uno dei dieci milioni. Sì, ho seguito (ad intermittenza) la 63esima edizione del Festivàl di Sanremo. Direttamente dalla città dei fiori e del sole-cuore-amore (la triade di quest’anno, però, è essenziale-mononota-sciopero) arriva il “crush” creativo di oggi: Andrea Nardinocchi.

Classe  ’86, bolognese, faccia un po’ stropicciata, disinvolto nello stile e con la lingua.
Comincia col basket, scopre che, caspita, è bravo a tenere il ritmo col pallone e che, vabbè, non è un pianista ma può fare musica lo stesso. Dove finisce il conservatorio, inizia la tecnologia: beatbox, loopstation, launchpad, ovvero pum-pum-cha e autocampionamenti vocali.

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Sulla scia del successo di pubblico e critica per il singolo d’esordio “Un posto per me”, Nardinocchi sbarca all’Ariston, sezione Giovani, con “Storia impossibile”. Tra una smorfia di intensità e una frullatina alla console, il ragazzo porta a casa una performance convincente, raccontando una storia d’amore stanco e di dipendenza. Salta e chiude gli occhi mentre canta ma la giuria di qualità non se ne accorge, rispedendolo a pettinare Cristicchi e la Ayane nel backstage.
Urge pronto soccorso talenti.

Qui il video di “Storia impossibile”. Rispetto alla versione sanremese, quella sul Web è una traccia molto più elettronica e sporca, e la storia per immagini la rende ancora più potente. In sintesi: lei è un koala ingombrante, lui prova a sopportare la convivenza ma, alla fine, scopre che averla a fianco è meglio che trascinarsela pigramente dietro. “Il pezzo spacca” (Facchinetti, esci da questo blog…), la metafora regge, la storia fluisce fra inquadrature tremolanti, occhi azzurri e playground di periferia.

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Sul sito ufficiale, Andrea si definisce un “mutante”: basta un beat e, da timido e impacciato, diventa un artista comunicativo e sperimentale. Dopo l’uscita del primo album “Il momento perfetto” (lo trovate su iTunes, con il singolo di Sanremo e tracce bonus), sono curioso di vedere in cosa si trasformerà.

p.s. Le immagini sono tratte dal sito ufficiale. Aggettivi e avverbi inutili, invece, sono miei.

“Consigli non richiesti”: Dammi 3 parole

C’era una volta uno scrittore che passava notti intere a riempire fogli bianchi, lasciandovi tracce di conoscenza, amore e caffè. C’era, sempre quella volta, un libro di carta, un’unità coerente di pagine e personaggi, che aspettava i soldi di un editore baffuto (!) e di un lettore occhialuto (!!) per essere reale, sfogliabile, acquistabile.

Beh, quella volta mi sa che non c’è più o, perlomeno, non come l’abbiamo conosciuta.
Cerchiamo di capire come fare “letteratura 2.0” in 3 parole:

1. SELF PUBLISHING

Per far circolare opere prime o di nicchia oppure troppo costose da produrre (es. fumetti, libri fotografici, racconti brevi), che tu sia Balzac o Fabio Volo (o entrambi, e sarebbe il caso di preoccuparsi…), puoi ricorrere all’autopubblicazione. Se scegli la strada dell’ebook, poi, risparmi spese di stampa e distribuzione, a tutto vantaggio dei lettori. Bisogna considerare, però, i costi di conversione in formato ePub e la necessità di ricorrere alla piattaforma dedicata oppure a Calibre se si vuole la compatibilità con il Kindle di Amazon.

Per farti un’idea, qui trovi una tabella comparativa delle principali piattaforme di self-publishing italiane e internazionali.

Qui, invece, un bel decalogo del self-publisher da classifica, con tanto di slogan (prego dalla regia britannica):

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2. LIBRI PUZZLE

Più parti e più mani per una sola opera. La scrittura collettiva è la sfida di THe iNCIPIT, piattaforma italiana di racconti interattivi online. Gli autori stanno al gioco e realizzano una storia in 10 episodi, ciascuno dei quali si conclude con una domanda a 3 opzioni. Il seguito è deciso dalla maggioranza ma anche un solo lettore può intervenire sugli episodi con pareri e proposte.

Interessante l’indice di gradimento (iNCIPOINTS) e la possibilità di integrazione social. Anche il sistema dei generi funziona.

3. LETTURE SOCIALI

Un libro, un divano, un gatto. E se la lettura non fosse solo un rito privato? In questa direzione si muove Bookliners, il social network dei bibliofili: si acquista un libro (pagandolo un terzo rispetto al fratello cartaceo) e lo si riempie di annotazioni, tutte da condividere e ridiscutere.

Ottimo se si tratta di saggi o manuali (all’insegna della chiarezza e del fact-checking), più complicato per le fiction (gli autori, narcisi incurabili, accetteranno le critiche?). Interessante il passaparola e la ricerca di “simili”.

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(C’è chi dice che quattro cervelli che lavorano insieme fanno zero. Se lo fanno così e gratis, una chance ai tipacci confusi del Wu Ming, pionieri della “letteratura 2.0”, la si può pure dare…).

 

“Consigli non richiesti”: Vieni avanti, creativo!

Nuova settimana, nuova rubrica: “Consigli non richiesti”, ovvero dritte e strumenti per i nativi digitali alla ricerca di qualcosa (un lavoro, un’idea, il tempo perduto, cose così).

La domanda inaugurale è: “Come faccio a far conoscere i miei lavori o dimostrare il mio potenziale creativo?”. Un CV su Linkedin ovviamente non basta. Nel Web 2.0, le occasioni di contatto e le piattaforme-vetrine di certo non mancano. L’intelligenza del nostro creativo starà tutta nella selezione dello strumento più adatto alla sua expertise e all’efficace (ma non ruffiana) animazione della community tematica.

Gli aspiranti copywriter e art director, ad esempio, possono accettare la sfida del crowdsourcing. Il meccanismo è semplice:

–           l’azienda lancia la sua richiesta di creatività, organizzata in maniera sintetica e precisa (brief);

–           gli utenti registrati decidono di partecipare, condividendo idee (in forma testuale, audio o video) e progetti (versioni beta) e interagendo con l’azienda e con la comunità;

–          vincono (in teoria) i migliori e/o i più supportati;

–          arrivano generose strette di mano i soldi.

È il caso di Zooppa. Start-up italiana incubata da H-Farm, propone il crowdsourcing come modo di guadagnare denaro e visibilità, anche grazie al supporto e ai feedback più o meno professionali degli utenti. Molte aziende hanno scelto Zooppa per campagne specifiche, soprattutto Web, risparmiando sui costi d’agenzia e facendosi un po’ di pubblicità “di secondo grado”. Qui sotto uno dei video vincitori per Poste Mobile. Chapeau.

http://www.zooppa.it/ads/postemobile-2/videos/speed-date

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Appena sbarcata nel Belpaese, 99Designs è una piattaforma nata a Melbourne ma già tentacolare. Si tratta di una piattaforma di designer per designer. Il meccanismo è molto simile a Zooppa, anche se qui ci si specializza sulla creatività visuale (loghi, siti, illustrazioni, packaging etc). Ne hanno parlato, fra gli altri, il New York Times e Forbes. Io mi fido più del pulcino virtuale, vincitore del contest Appsurdity:

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“Crushcrushcrush”: Il computer di legno

Vorre inaugurare “Crushcrushcrush“, la rubrica di colpi di fulmine creativi, con Iameco.

Il progetto nasce nella verde Irlanda ad opera della verdissima MicroPro Computers, società specializzata nella produzione sostenibile in materia di materiali, consumi e prestazioni.

Precisiamo. Si legge “I am eco” ma si traduce così: rivestimento in legno (da foreste protette) per ridurre i polimeri; riciclabile al 70%; riduzione del 70% della CO2 prodotta rispetto ad un normale PC desktop; componenti interne prive di mercurio, piombo, PVC e sostanze plastiche. Il rispetto dell’ambiente per l’intero ciclo di vita del prodotto è stato ricompensato con la prestigiosa Ecolabel europea.

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Bello da vedere e facile da riassemblare con pezzi nuovi, Iameco costa circa 950€. La sostenibile leggerezza dell’essere avanti.

Infine, il PC di legno offre un altro vantaggio: impedisce agli irriducibili dell’arredamento classico di buttarsi sulla scintillante tamarrata Chirita. La Natura e la Bellezza sentitamente ringraziano.

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Baby rivoluzioni

Si può cominciare dalla fine? Sì, se parliamo di Alice Pyne.

Perché dire che “dopo anni di lotta contro un linfoma Hodgkin, non ce l’ha fatta” è riduttivo, sbagliato addirittura. Con la sua lista dei desideri condivisa su Twitter, ha conquistato e mobilitato personaggi famosi e gente comune da tutto il mondo, lanciando un’eco potentissima per i suoi polmoni da teenager.

Di resoconti dettagliati e commenti è pieno il Web, quindi mi limito a condividere una riflessione: aveva capito tutto, davvero. Capito che l’essenziale è fatto da piccoli traguardi concreti e grandi sfide di pensiero (e d’azione), dato loro un nome e un piano nero-su-bianco, così da poterlo condividere con la piccola cerchia degli affetti e, via via, in un circuito enorme di coscienza e collaborazione, di pietà e grazia (uso queste parole anche a rischio di cartellino giallo retorico).

Un progetto di felicità non solo personale, una rivoluzione dal basso verso l’alt(r)o che collega la storia di Alice alla campagna della coetanea Malala Yousafzai. Interrotta ma compiuta la prima, appena iniziata ma promettente la seconda. Dal cuore del Pakistan, una ragazzina di 15 anni si batte per l’alfabetizzazione delle sue coetanee, cioè per offrire alle future donne pakistane gli strumenti più affilati contro la violenza e la discriminazione. Pallottole e minacce non la spaventano. Non a caso, Change.org (la piattaforma di petizioni da 20 milioni di utenti) ha fatto di Malala un’eroina, sostenendo la sua candidatura al Nobel per la Pace; il primo ministro canadese Stephen Harper ha invitato tutti gli esponenti politici a firmare ed è già in ottima compagnia.

Riflessione numero due: qual è il segreto di queste due baby rivoluzionarie? Forse il fatto che entrambe affronterebbero il sogno di scambiare quattro chiacchiere con i Take That e quello di sensibilizzare la società civile con la stessa serietà e serenità. Con un briciolo di sfrontatezza e una strana forma di saggezza, alla faccia dei grandi e del loro fatalismo. Un’altra Alice (sarà il nome che ispira…), dalla pellicola visionaria di Tim Burton, sembra rispondere: una corazza forte e lucida, senza dimenticare tenerezza e fragilità.

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Tanto per capirci

E ti ritrovi a scegliere il layout del tuo primo blog, trovandoci un senso inaspettato.

Questo è, nelle intenzioni, un blog di fili, quelli fisici (i piccoli nervi di rame che ci fanno accendere il computer o il frullatore) e quelli immateriali (ma non meno reali) che legano parole e immagini. Si parte da una notizia e si arriva a un videoclip, per esempio, oppure si prende un gomitolo di idee innovative e lo si segue per vedere a quale punto del presente o del futuro è attaccato.

Vabbè che la realtà è liquida ma forse è meglio parlare più potabile: spunti dall’attualità, temi di cultura, produzioni creative, raccontate attraverso i media presenti, trapassati, futuri e imperfetti. Facciamo finta che ci siamo capiti.

Dicevo che la grafica è coerente: palloncini e fili. A ben guardare, è proprio il filo che “fa” il palloncino: ci potete mettere tutta l’aria dei polmoni ma, senza quella linea annodata, il vostro pezzetto di plastica non conoscerà mai il cielo. Se poi ne gonfiate altri mille e ve li avvolgete attorno, magari riuscite a staccarvi da terra e a godere di una visuale differente.

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Tipo così. L’artista performativo William Forsythe realizza “Scattered Crowd” (ph: Tomasz Kulbowski), un ambiente popolato da palloncini e uomini; fra relazioni e distanze, pieni e vuoti, stasi e cambiamenti ad ogni passaggio, gli spettatori sono chiamati a trovare in questo spazio assurdo senso ed equilibrio. Ci potete provare al Bockenheimer Depot di Francoforte dal 21 al 24 marzo 2013 oppure – scelta consigliata disinteressata – seguendo questo blog.

Insomma, qui cerco una specie di fil rouge grazie al quale tout se tient. Se lo trovate prima di me, fatemi un fischio.

Benvenuti.